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Rinnovabili ferme al DICA, per sbloccarle ormai serve solo la politica
di Mattia Fadda
Procedimento in corso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Così si trova scritto frequentemente sul portale MASE dedicato alle Valutazioni e alle Autorizzazioni Ambientali quando si compulsa al fine di indagare la sorte di un progetto di energia rinnovabile. Si stima siano fino a 150 i progetti eolici o solari, sparsi in ogni regione italiana, fermi a Palazzo Chigi. Almeno 6 GW di potenza inespressa che ci ricorda la nostra dipendenza dalle fonti energetiche estere. Si tratta di progetti già vagliati in ogni loro dettaglio che, a seguito del conflitto tra amministrazioni emerso alla fine della valutazione (l’opposizione è spesso del Ministero della Cultura), invecchiano in una pila di carte al DICA, il Dipartimento per il coordinamento amministrativo che fa parte del Segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il DICA è una struttura di supporto che opera nel settore dell’attuazione, in via amministrativa, delle politiche del Governo che effettua i necessari interventi di coordinamento amministrativo, di indirizzo e di concertazione attribuita dalla legge alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un apposito ufficio del DICA, il Servizio per la concertazione amministrativa e le attribuzioni amministrative del Consiglio dei ministri, cura in particolare l’attività di coordinamento per il superamento del dissenso fra amministrazioni e cerca di comporre il dissenso (riunisce le parti in conflitto e chiede di azzerare le distanze) e, quando ciò non accade (accade raramente), realizza l’istruttoria per la riunione del Consiglio dei Ministri che dovrà occuparsi dei destini del progetto. La norma prevede che la trattazione del progetto sia posta, di norma, all’ordine del giorno della prima riunione del Consiglio dei ministri successiva alla scadenza del termine per raggiungere l’intesa. Ciò non accade mai e passano anche anni prima che il Consiglio dei Ministri decida di occuparsene o, più spesso, semplicemente non decida.
Circa un mese fa, gli avvocati Leonforte e Fuiano dello studio Parola Associati hanno annunciato di aver ottenuto per un proprio cliente energetico una sentenza da parte del Consiglio di Stato – la n. 1986/2026 – contenente una pronuncia unica nel panorama giurisprudenziale (per approfondire il Pianeta Terra pagine 34-39). Per il massimo organo della giustizia amministrativa, ai sensi della art. 5 comm. 2 lett. c-bis legge 400/1988, Il CdM a seguito del deferimento di una procedura di VIA opera come un organo amministrativo e non politico ed è quindi tenuto – nonostante il suo sia di certo un atto di alta amministrazione – a concludere il procedimento con un atto espresso nel rispetto dei termini perentori dello stesso e, in caso di inerzia, è possibile per il ricorrente esperire l’azione contro l’inadempimento. La sentenza indica che il procedimento amministrativo deve comunque concludersi e fissa in 120 giorni il termine temporale in cui il CdM deve provvedere. Si tratta di una decisione importante per l’intero settore delle rinnovabili e per l’Italia tutta, vista la fame di energia nazionale oltre che di energia al prezzo giusto.
A chi scrive risulta che gli uffici della Presidenza del Consiglio non abbiano affatto ignorato la sentenza del Consiglio di Stato e abbiano indicato alla parte politica la luna, cioè, l’alta pila di progetti già istruiti e pronti per essere valutati in pre-consiglio e dunque “deliberati” in Consiglio dei ministri. Vedremo nelle prossime settimane se i Ministri si saranno soffermati sul dito o avranno guardato il nostro satellite. Se prima mancavano sia la giurisprudenza che imponeva di procedere in temi congrui che la volontà politica di avanzare, ora non c’è più alcun alibi e le decisioni andranno prese.
Politicamente questa maggioranza sconta l’arcigna diffidenza di una sua parte verso le rinnovabili e la speculare debolezza dei favorevoli alla transizione green, incapaci di imporre un cambio di marcia. Questi ultimi potrebbero approfittare dell’ennesima crisi energetica legata ai prezzi degli idrocarburi per caldeggiare l’approvazione di un centinaio di buoni progetti FER già valutati come compatibili con l’ambiente, il paesaggio e i beni culturali.
Una decisione politica in tal senso deve superare diverse residue resistenze. Quelle politiche centrali e locali dentro i partiti della maggioranza. Quelle nelle regioni che ospitano i progetti, che hanno espresso pareri e in alcuni casi hanno impugnato i provvedimenti del MASE, ma non possono ambire ad ipotecare il futuro del Paese. Micro resistenze territoriali delle comunità locali, che hanno il diritto di esprimersi e il dovere di segnalare limiti e difetti in seno alle procedure valutative, ma che devono essere infine arginate per il rischio di una recessione molto grave spinta dalla prossima crisi energetica.