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Energia eolica in Europa: i dati del Rapporto WindEurope 2026 e l’allarme sui ritardi italiani
di Martina D’Amico
Settembre, tradizionale mese di bilanci e ripartenze, si apre per il settore energetico con la pubblicazione del Rapporto d’Autunno 2026 “Latest wind energy data for Europe” a cura di WindEurope. A un primo esame, i dati su scala continentale risultano incoraggianti: nei primi sei mesi dell’anno, l’Europa ha installato 8,8 GW di nuova capacità eolica, di cui 7,1 GW installati nei confini dell’UE-27. Il 74% degli impianti risultano impianti onshore, mentre 2,3 GW di nuova capacità offshore sono stati collegati alla rete.
Tirando le somme, l’Europa dispone oggi di oltre 311 GW di capacità eolica (270,5 GW onshore e 40,9 GW offshore), con l’UE-27 che ne rappresenta quasi 252 GW. Le stime di WindEurope prevedono che il continente installerà 148 GW di nuova capacità eolica entro il 2030 (inclusi gli 8,8 GW installati nel primo semestre del 2026). L’Unione Europea dovrebbe installarne 111 GW, con una media di 22 GW all’anno portando il proprio totale a 342 GW complessivi.
Il Paese che risulta trainare i risultati promettenti è la Germania che, anche nel Rapporto pubblicato nel 2025 risultava primeggiante, specialmente sul fronte delle autorizzazioni di impianti eolici entro la scadenza di 24 mesi prevista dalla direttiva RED III. Se l’anno scorso i tedeschi consolidavano 2,1 GW di capacità installata, nel primo semestre 2026 l’hanno potenziata fino a 3,4 GW.
Il rapporto si concentra inoltre sul ribadire che “la necessità dell’energia eolica non è mai stata così evidente”: con i recenti sviluppi legati agli scontri che si susseguono nello stretto di Hormuz, “la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili importati rimane un punto debole strategico”. Allo stesso modo, le ondate di calore e siccità sempre più frequenti stanno mettendo a dura prova il sistema elettrico europeo, facendo aumentare la domanda di energia elettrica fino al 28% in alcuni Stati membri, mentre la siccità e le elevate temperature dell’acqua hanno limitato la produzione di energia termica e idroelettrica, determinando una maggiore volatilità e un aumento dei prezzi. L’energia eolica serve proprio, e specialmente, per rispondere a entrambe queste sfide fornendo, in modo complementare, energia pulita, conveniente e prodotta localmente, implementabile su larga scala già in questo decennio.
Come anche sottolineato da WindEurope, l’Europa dispone già della tecnologia, della base industriale e della pipeline di progetti necessari per accelerare il passo. Ciò che serve ora è una leadership politica e un’azione coordinata. I governi devono fare dell’elettrificazione una priorità strategica, ampliare e modernizzare le reti elettriche, investire nei porti e nelle catene di approvvigionamento e attuare pienamente il quadro normativo europeo in materia di autorizzazioni. Ogni nuovo parco eolico collegato alla rete rafforza la sicurezza energetica dell’Europa, aumenta la competitività e contribuisce a ridurre le emissioni che causano il cambiamento climatico.
A margine della pubblicazione del documento è intervenuto Simone Togni, presidente di ANEV, evidenziando come l’Italia risulti ancora fanalino di coda per nuova potenza installata e per la capacità assegnata nelle aste: “Infatti, per raggiungere gli obiettivi che il nostro Paese si è dato, dovremmo installare oltre 1,5 GW di eolico all’anno, mentre, nella migliore delle ipotesi, anche quest’anno arriveremo alla metà, e il dato attuale ci vede all’ottavo posto dietro a Paesi come l’Ucraina o la Polonia, e appena sopra a Grecia e Turchia”.
L’unica strada per contrastare l’aumento dei costi della bolletta energetica, ha spiegato poi Togni, è l’incremento delle fonti rinnovabili: “È necessario e urgente che i decisori pubblici assumano i provvedimenti necessari a colmare questo ritardo”. Con i prezzi dell’energia elettrica superiori a 200 euro/MWh, l’eolico, capace oggi di produrre a meno di 100 euro/MWh, risulta uno strumento fondamentale; ma senza indicare valori di aggiudicazione adeguati, il rischio è che anche le prossime procedure si rivelino un fallimento, frenando la competitività industriale e la decarbonizzazione del Paese.