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Dibattito pubblico in opere e infrastrutture. Il #NO2.0 passa anche da qui

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Pubblicato: 20 Aprile 2015 alle 18:33   /   by   /   commenti (1)

Quando si riflette sulle ragioni della scarsa attrattività del nostro Paese in termini di investimenti, non dobbiamo solo pensare al costo del lavoro e alle leggi che cambiano. Molti progetti infrastrutturali (reti di trasporto, impianti energetici, etc.) saltano perché si solleva il perenne potenziale spettro di fermi ammnistrativi, spesso e volentieri avviati sulla base di segnalazioni (contestazioni) di matrice territoriale.

Il Rapporto #No.20 – Come il dissenso comunica sul Web, che sarà presentato il 29 aprile a Roma ha proprio come obbiettivo l’analisi e la comprensione del fenomeno di contestazione nei confronti di opere, reti e infrastrutture sui Social media: il Web megafono del “NO”. Fra le cause del forte dissenso territoriale che connota il nostro Paese, non è possibile non individuare una responsabilità anche della classe politica, che non è mai intervenuta per istituzionalizzare una procedura di condivisione del progetto infrastrutturale con la popolazione che vive in un determinato territorio.

Qualcosa si muove. È in avvio di esame al Senato (commissioni Lavori Pubblici e Ambiente) il disegno di legge “Norme per la consultazione e la partecipazione in materia di localizzazione e realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche” a firma dei senatori Stefano Vaccari, Daniele Borioli e Stefano Esposito del Partito democratico.

Il disegno di legge avrebbe un ampio sostegno politico della maggioranza, ora più sensibile alla necessità di una siffatta legge, della quale il nostro Paese sconta la grave mancanza. Il ddl dovrebbe essere calendarizzato in parallelo al disegno di legge delega sugli appalti pubblici, attualmente in esame al Senato. La proposta, ispirandosi a modelli già attuati da oltre dieci anni in Europa (Francia, anzitutto, ma anche Regno Unito) aspira ad introdurre nell’ordinamento italiano lo strumento del débat public. Vediamo in che modo.

Il dibattito pubblico sarà applicato a progetti aventi rilevanza strategica nazionale o che prevedano la VIA obbligatoria o il cui valore di investimento sia pari o superiore a 100 milioni di euro e che riguardino un bacino di utenza non inferiore a 250.000 abitanti. In casi diversi, si indica la soglia minima di richiedenti che possono domandare l’avvio di dibattito pubblico (cittadini, consigli regionali, deputati etc.). Almeno 180 giorni prima della presentazione della domanda di autorizzazione per l’avvio di un progetto, il proponente trasmette all’istituenda Commissione nazionale di garanzia per il dibattito pubblico una comunicazione contenente l’indicazione chiara e circostanziata degli obiettivi e delle caratteristiche principali dell’intervento. La Commissione nazionale, entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione, delibera l’avvio del dibattito pubblico che in ogni caso non potrà essere superiore a 6 mesi dalla prima audizione, salvo proroga di massimo 3 mesi. Al contempo, la Commissione nazionale stabilisce le modalità per garantire la più ampia partecipazione dei cittadini e le forme di trasparenza.

È interessante l’aspetto premiante in favore di chi decida di modificare il progetto alla luce del dibattito pubblico: in questa sola ipotesi scatta infatti la “Procedura accelerata”, ovverosia i termini previsti per l’acquisizione di autorizzazioni e concessioni vengono ridotti della metà. Non solo, non sarà consentito fare ricorso giurisdizionale per presunti vizi attinenti il progetto discusso nell’ambito del dibattito. Questo significa nessun rischio di una sentenza di blocco del progetto da parte del TAR ad autorizzazioni ottenute e procedure avviate, come oggi accade.

Per ultimo, non meno importante, si interviene anche per “tutelare” i progetti strategici in corsa e oggetto di accordo con altri Paesi (vedi il gasdotto Tap, la TAV, l’elettrodotto col Montenegro etc.): un apposito organismo, il Comitato di gestione tecnico-operativo, avrà il compito di coordinare i suddetti interventi col fine di rendere vantaggiosa per la collettività la presenza dell’opera sul territorio.

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