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Il vero patto Meloni-Schlein sull’energia: sbloccare 200 impianti rinnovabili impantanati e dare la scossa
di Mattia Fadda
Da qualche mese Elly Schlein deve avere un nuovo consigliere per l’energia, che non è solo ambiente e clima ma è industria, cioè competitività, sicurezza, tecnologia e soprattutto economia, cioè prezzi. La distanza tra un Pd troppo ideologico di ieri e quello più realista che si intravede oggi la certifica proprio l’iniziativa della segretaria, che prova a entrare nell’agenda del Paese (e di Meloni) dalla porta dell’energia. Lodevole.
Finora questa iniziativa della Schlein ha prodotto due cose. Cinque proposte puntuali, e credibili, su come spendere la flessibilità concessa da Bruxelles per l’energia decarbonizzata (tradotto: debito). E una lettera a Meloni, affidata a Repubblica, con un appello pubblico a lavorare insieme su ciò che si può fare, cioè le stesse cinque proposte, per superare «la vulnerabilità energetica del Paese». C’è poi un richiamo ai governatori del campo largo (lo hanno raccontato gli stessi governatori) perché autorizzino i progetti rinnovabili. Un richiamo che i “suoi”, per ora, hanno ignorato. Vedremo perché.
Giorgia Meloni, invece, governa: non deve proporre, deve fare. E sulle regole per le rinnovabili (autorizzazioni, aree idonee e di accelerazione, valutazioni ambientali) il suo esecutivo ha fatto molto, anche se l’esecuzione delle norme è stata spesso controversa. Ben calibrati anche gli incentivi e le risorse pubbliche destinate alle fonti pulite. Manca ancora una visione su alcune tecnologie importanti, come l’eolico offshore, ma il sistema è stato finanziato e aggiornato per tenere insieme tutela ambientale, semplificazione amministrativa e sicurezza energetica. A ben guardare, se la maggioranza non avesse creduto alla tesi dell’agricoltura e del fotovoltaico in lotta per lo stesso suolo, nessuna norma del centrodestra sarebbe stata ostile a chi produce energia pulita. Il Governo ha poi presentato una riforma delle connessioni e annunciato nuove semplificazioni per gli investimenti, con un occhio di riguardo alla produzione energetica e alla sostenibilità. Le regole, insomma, sono adeguate, pur in un contesto politico frastagliato e complesso nei territori.
Se dunque norme e incentivi funzionano, se il bisogno di elettricità sovrana cresce con le tensioni geopolitiche e con il rincaro delle materie prime, se la filiera italiana delle rinnovabili è pronta e solida: perché tutti danno per scontato che mancheremo gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, che l’Italia si è data liberamente?
Perché, anche se sulla carta tutto funziona, manca la volontà politica di dare a molti progetti la Valutazione di Impatto Ambientale positiva, e dunque di autorizzarli. Il difetto sta in due filiere speculari, di destra e di sinistra, che leggono i mugugni e le resistenze dei territori come un muro invalicabile per ogni impianto industriale. Nessuno, a Roma come a Firenze, a Cagliari come a Palermo o a Venezia, vuole restare con il cerino in mano e passare per quello che ha «stuprato il paesaggio di Piero della Francesca» o «sottratto i campi che sfamano i nostri figli». A destra come a sinistra, al centro come in periferia, manca la forza di dire la cosa più semplice: non c’è nessuno stupro, e nessun bambino resterà senza cibo. E l’elettricità sovrana, invece, serve subito.
Ecco allora l’accordo che Meloni e Schlein dovrebbero fare. Non sui 14 miliardi di flessibilità: difficilmente la premier si farà dettare l’agenda dal Pd, e al massimo valuterà le proposte «senza pregiudizi». Non serve nemmeno una legge bipartisan. Serve un patto di non aggressione elettorale per autorizzare i duecento migliori progetti rinnovabili, fotovoltaici ma anche eolici, distribuiti da Sud a Nord. Da scegliere con una proporzione chiara, coerente con il burden sharing regionale già fissato dal Decreto “Aree idonee” del 2024 e calibrata sul grado di avanzamento di ciascuna regione.
Dove trovarli? Semplice: al DICA di Palazzo Chigi, dove sono fermi progetti già valutati dal Ministero dell’Ambiente e dagli uffici regionali, e quindi pronti e sostenibili. Trenta giorni, non uno di più, per sceglierne duecento. Poi quattro Consigli dei ministri per approvarli: cinquanta alla volta, non uno di meno.
A quel punto nessuna filiera politica potrà lamentarsi, perché ci sarà l’accordo delle due leader, e per i cacicchi recalcitranti la minaccia della mancata ricandidatura. E nessuna regione potrà sentirsi penalizzata, perché nessuna sarà stata discriminata. Fatelo, ora. Si sentiranno gli applausi fino allo stretto di Bab el-Mandeb.