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Partecipazione, la Corte costituzionale apre agli Amici Curiae. Perché non si possono ignorare comitati e associazioni locali

Pubblicato: 20 Luglio 2020 alle 10:40   /   by   /   commenti (0)

di Mattia Fadda

Cronaca ed esperienza sul campo si incaricano quotidianamente di rammentare come le aziende possano ignorare comitati e associazioni locali – persuase che basti forse la mera forza coercitiva della legge a garantire la realizzazione degli investimenti – ma certamente i comitati locali non ignoreranno le aziende e le opere da esse proposte.

In quanto consulenti impegnati quotidianamente a garantire l’accettabilità di investimenti industriali, impianti e opere sul territorio, non ci pare irrilevante che la Corte costituzionale decida spalancare le porte del palazzo alla società civile. Se il 2019 per bocca della sua presidente (qui l’ultima relazione annuale) è stata la stagione dell’”apertura” della Corte ai cittadini, con una delibera dell’8 gennaio di quest’anno, la Consulta è passata dalle parole ai fatti modificando le norme che regolano i suoi giudizi, aprendoli nei fatti al contributo di ong, associazioni e comitati.

Il nuovo articolo 4-ter delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte prevede che qualsiasi formazione sociale senza scopo di lucro e qualunque soggetto istituzionale, se portatori di interessi collettivi o diffusi attinenti alla questione in discussione, potranno presentare – in quanto appunto amici curiaebrevi memorie scritte (non più d 25 mila battute) per offrire alla Corte elementi utili alla conoscenza e alla valutazione del caso sottoposto al suo giudizio.

L’Amicus curiae, letteralmente l’amico della corte (del giudice), è un istituto di diritto romano che ha trovato pochissime trasposizioni nel civil law ma un qualche successo nel common law a partire da quello inglese e poi statunitense (perfino presso la Corte Suprema).  Nel diritto internazionale ha preso invece piede nella legislazione attinente i diritti umani. Amicus curiae è una persona fisica o giuridica che pur non essendo parte in causa assiste un giudice offrendo informazioni, competenze o approfondimenti che possano incidere nella trattazione del caso.

Una innovazione quella della Consulta che aprendo alla partecipazione di stakeholder ad un tale livello della giurisdizione non potrà che produrre nei prossimi tempi effetti politici.

Molto rappresentativa crediamo sia a questo proposito la lettera che oltre 20 associazioni e comitati della Basilicata hanno inviato ad inizio luglio alla Presidente pro tempore della Corte costituzionale, Marta Cartabia, per protestare contro “i troppi impianti eolici nella regione”. Unitamente alla miope e contraddittoria offensiva nei confronti dell’eolico “compulsivo” che “inquina” la regione del petrolio, queste associazioni rivolgono un interessante e, a nostro avviso, eloquente appello per “tornare a sperare e a credere nelle Istituzioni”. Questi comitati si lamentano di soccombere nei contenziosi amministrativi a causa delle pronunce della Corte Costituzionale che sarebbero, a loro dire, troppo sbilanciate dalla parte dell’esercizio della libera iniziativa privata e delle direttive UE che impongono la transizione energetica. Mentre non sarebbero sufficientemente considerati dalla Consulta e dunque dei TAR norme e principi giuridicamente altrettanto fondati di origine comunitaria e di diritto internazionale come il principio di Precauzione (Dir. UE 2001/42), il principio dell’obbligo della valutazione dell’effetto cumulo (Dir. UE 2014/52), la Convenzione Europea del Paesaggio e la Dir. UE 2009/147 concernente la conservazione degli uccelli selvatici, etc…

Credo che quando i comitati e i movimenti civici da Nord a Sud del Paese si accorgeranno di questa innovazione della Consulta non tarderanno a rivendicare anche presso il legislatore un maggiore coinvolgimento e un riequilibrio, a loro dire mai raggiunto, fra interessi e principi costituzionali confliggenti.

Le aziende sapranno farsi trovare pronte?