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Vecchi attriti e pruriti (politici) dietro la Delega al Governo per la revisione del codice dei Beni culturali e del Paesaggio
di Mattia Fadda
La Maggioranza di Governo sta tentando di riformare il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 42/2004) voluto dal Governo Berlusconi con Ministro della Cultura Giuliano Urbani, al fine di semplificare le autorizzazioni paesaggistiche e velocizzare parte di quello che in gergo si chiama permitting.
Questo tentativo è ispirato dal desiderio neanche troppo velato di una delle forze politiche che la maggioranza la compongono di ridimensionare il ruolo delle Soprintendenze che da sempre sono lo spauracchio degli amministratori locali e delle imprese che vogliono costruire impianti, opere e infrastrutture. Non è un caso, infatti, che l’iniziativa in tal senso sia della Lega che con il suo leader Matteo Salvini governa il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e che annovera fra i suoi ministri, sottosegretari e parlamentari decine di amministratori locali.
Chi scrive, in una vita precedente, studiava i sindaci e nello specifico quelli della Lega Nord (al tempo si chiamava così). Quando parlavi con questi sindaci, fra i principali ostacoli all’incedere amministrativo ti indicavano due problemi: 1) la “paura della firma” di sindaci e dirigenti comunali e 2) l’opposizione delle Soprintendenze Belle arti e Paesaggio. Un sindaco mi raccontò di essersi persino incatenato davanti agli uffici della Soprintendenza. Non verificai mai la veridicità del racconto perché rilevava solo l’attrito fra il Sindaco e la Soprintendenza.
Tornando all’oggi, l’iniziativa legislativa riguarda un disegno di legge (DDL n. 1372) depositato lo scorso 5 febbraio al Senato della Repubblica da parte di alcuni senatori leghisti con primo firmatario Roberto Marti, Presidente proprio della Commissione Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica. Ad inizio agosto le Commissioni congiunte Ambiente e Cultura del Senato hanno concluso l’esame del disegno di legge (DDL 1372-A) che conferisce al Governo la delega per modificare il Codice. Il testo dovrebbe approdare in Aula al Senato per la prima lettura nel corso di questo mese e, successivamente, passerà alla Camera.
Nell’iter parlamentare delle Commissioni riunite c’è stato però un forte ridimensionamento delle norme manifesto, cioè quelle coerenti con gli intenti (e i pruriti) dei leghisti. Un passo indietro certamente dovuto al dibattito parlamentare generato dalle audizioni ma anche dalla dialettica politica in seno ai partiti della Maggioranza, anche se non è emersa pubblicamente la posizione del Ministro della Cultura. Possiamo immaginare che Alessandro Giuli sia animato dal desiderio di difendere le prerogative dei soprintendenti che, a ben vedere, sono la grande forza del Collegio Romano, sede romana del Dicastero. Il Ministro tradizionalmente, infatti, persegue sempre una forte alleanza corporativa con i suoi “prefetti”.
Tornando alla Lega, non è un caso che questo DDL sia seguito al tentativo abortito di ridimensionare le Soprintendenze fatto ad inizio di quest’anno con un emendamento presentato dal Carroccio (Deputato Gianangelo Bof) al c.d. Decreto Cultura. Tentativo a cui però, allora, Giuli si oppose chiedendo il ritiro dell’emendamento, che prontamente arrivò.
Lo scontro con le Soprintendenze ha molti falchi fra gli eredi di Alberto da Giussano. Luca Zaia: “Ben venga la proposta della Lega sulle Soprintendenze (…)”. Matteo Salvini: “Più semplificazione liberando gli uffici dalle pratiche che non riguardano i monumenti o le rilevanti opere storiche”. Attilio Fontana: “Chi non vorrebbe che le Soprintendenze avessero meno potere…”.
Tornando al DDL 1372, quello di febbraio 2025, la prima versione del testo proponeva modifiche puntuali e immediate al Codice: a) un meccanismo di silenzio-assenso generalizzato per cui se il parere della Soprintendenza non fosse stato reso entro quarantacinque giorni si sarebbe dovuto considerare automaticamente favorevole; b) il parere delle Soprintendenze, attualmente vincolante, sarebbe diventato obbligatorio ma non vincolante, ne sarebbe derivata maggiore discrezionalità per gli enti locali; c) si ampliavano le competenze dei Comuni.
Al fine di avere maggiore omogeneità a livello nazionale il testo promuoveva poi il coordinamento fra le diverse Soprintendenze e, in ottica accentratrice, lo spostamento del parere per l’autorizzazione paesaggistica dai singoli soprintendenti territorialmente competenti alla Direzione generale del MiC.
Tuttavia, il disegno di legge che arriva in Aula al Senato è stato ufficialmente riformulato (LINK): ora non modifica direttamente il Codice ma conferisce al Governo una delega di dodici mesi (erano sei nella prima stesura) per adottare decreti ad hoc, armonizzando le norme con quelle riguardanti i procedimenti amministrativi, le norme urbanistiche, il Testo Unico sull’edilizia e, ad esempio, quello sulle energie rinnovabili, preservando però l’obiettivo di semplificare le procedure. Nel nuovo testo sono state superate quasi tutte le modifiche dirette al Codice previste nella prima stesura, rimandando al Governo le questioni più spinose, come ad esempio il silenzio-assenso. Per garantire un’applicazione uniforme su tutto il territorio, entro 60 giorni dall’approvazione definitiva il Ministero della Cultura dovrà inoltre predisporre delle linee guida che facciano ordine nella complessa materia.
Il lavoro delle Commissioni ha per ora rimosso i tentativi di ridimensionamento delle Soprintendenze ma non ha certamente sopito il desiderio della Lega di regolare i conti (politici) fra amministratori locali e soprintendenti.