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Comunità energetiche rinnovabili, perché servono davvero e cosa ne frena ancora la crescita
di Martina Molino
Oggi le rinnovabili stanno crescendo in tutta Europa. Nel 2025, secondo elaborazioni su dati Eurostat, hanno coperto poco più del 47% della produzione elettrica dell’Unione. Questo dato dice una cosa semplice: la transizione non è più solo un obiettivo politico, è già una trasformazione in corso. Dentro questa transizione, le Comunità energetiche rinnovabili restano ancora un tassello minoritario. Il loro sviluppo infatti procede più lentamente del previsto, evidentemente perché incontrano ancora ostacoli tecnici, amministrativi e organizzativi che ne limitano la diffusione.
Le comunità energetiche costituiscono la configurazione che forse meglio rappresenta l’idea che soggiace alla transizione energetica ossia la necessità di un nuovo paradigma nella produzione e consumo di energia, non solo più rispettosa delle risorse del pianeta (sostenibilità ambientale), ma anche più etica (sostenibilità sociale).
C’è poi un secondo aspetto, che riguarda il prezzo dell’energia (che, se vogliamo, attiene alla sostenibilità economica): Le Cer consentono di condividere energia prodotta localmente e di accedere a un incentivo sull’energia condivisa. Per famiglie, piccoli comuni, enti pubblici e piccole imprese significa poter contare su un meccanismo più stabile e leggibile rispetto alla sola esposizione ai prezzi di mercato.
Un’altra riflessione legata alla sostenibilità ambientale attiene anche alla distribuzione della ricchezza sul territorio. Le comunità energetiche lasciano sul posto una parte del valore economico generato dagli impianti. Questo è uno dei loro aspetti più interessanti: l’investimento non produce effetti soltanto in termini ambientali, ma crea anche un beneficio locale, che può tradursi in risparmi, servizi o contributi a soggetti più vulnerabili.
Infine, le Cer hanno un’importanza anche industriale. Per funzionare bene hanno bisogno di progettazione, gestione tecnica, piattaforme digitali, consulenza, aggregazione dei consumi. In altre parole, non escludono i grandi operatori dell’energia. Al contrario, possono aprire uno spazio di collaborazione tra utility, ESCo, amministrazioni locali e comunità territoriali. La loro crescita, quindi, non va letta in opposizione al sistema energetico esistente, ma come una sua evoluzione.
Fin qui il potenziale. Ma se si guarda alla realtà, emerge subito il punto critico: le comunità energetiche crescono, ma molto più lentamente di quanto si immaginava, come mostra anche la Relazione speciale dalla Corte dei conti europea.
In Italia il quadro normativo oggi è più chiaro rispetto a qualche anno fa. Il GSE ha aperto gli strumenti di sostegno e la misura PNRR ha messo a disposizione risorse importanti, pari a 795 milioni di euro, per sostenere gli impianti inseriti nelle configurazioni di autoconsumo diffuso e nelle comunità energetiche. Il problema è che tra l’interesse teorico e la realizzazione concreta resta ancora una distanza ampia. Non mancano i progetti, non manca neppure l’attenzione da parte dei territori. Quello che manca, spesso, è la capacità di trasformare l’iniziativa in impianti entrati davvero in esercizio.
Gli ostacoli che frenano ancora la diffusione delle Cer
Il primo ostacolo è nei tempi autorizzativi e nelle connessioni alla rete. Anche quando l’impianto è di taglia contenuta, il percorso può diventare lungo e incerto. I passaggi amministrativi sono numerosi e spesso non ben coordinati.
Il secondo ostacolo è la complessità del modello. Una comunità energetica non è difficile solo da realizzare, ma anche da spiegare. Incentivi, energia condivisa, profili di consumo, benefici economici: tutto funziona, ma non sempre è immediato. Per molti cittadini, piccole imprese e perfino enti locali il meccanismo resta poco leggibile. E quando un modello è poco chiaro, tende a diffondersi più lentamente.
Il terzo problema riguarda l’organizzazione. Le Cer non si reggono solo sull’impianto fotovoltaico. Hanno bisogno di un soggetto che coordini i partecipanti, gestisca gli aspetti amministrativi, tenga insieme la parte tecnica e quella economica. In molti territori questa capacità di coordinamento ancora non c’è, oppure è debole.
C’è poi un tema sociale che spesso resta sullo sfondo. Le comunità energetiche vengono raccontate come strumenti di partecipazione, ma la partecipazione reale non è automatica. Coinvolgere famiglie vulnerabili, piccoli utenti e soggetti meno attrezzati richiede lavoro, informazione, accompagnamento. Senza questa parte, il rischio è che le Cer restino iniziative valide ma limitate a chi ha già competenze e risorse.
Infine, c’è il rapporto con il sistema elettrico nel suo complesso. Le Cer funzionano meglio se crescono insieme a reti più digitali, più flessibili e più capaci di gestire la generazione distribuita. Se questo passaggio non avanza con sufficiente rapidità, le comunità energetiche rischiano di restare esperienze utili ma circoscritte.
Perché questo potenziale si trasformi in risultati, però, serve un passaggio ulteriore. Non basta dire che il modello funziona. Bisogna metterlo nelle condizioni di funzionare davvero: con regole stabili, tempi amministrativi più semplici, maggiore chiarezza economica e una rete capace di accompagnarne la crescita.