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Fake news, come stiamo contrastando il fenomeno?

Pubblicato: 16 febbraio 2017 alle 17:00   /   by   /   commenti (0)

Negli Stati Uniti alcune scuole e università, come arma contro il preoccupante fenomeno delle fake news, stanno tenendo corsi utili per sviluppare nei giovani il senso critico. Un esempio è la Northport High School di Long Island dove si insegna ai propri studenti come smascherare le notizie false. Il corso, nato ormai sette anni fa, è stato ideato per aiutare i ragazzi a gestire la mole di informazioni cui hanno accesso.

Azioni preventive da elogiare se si pensa ai dati emersi dallo studio del Pew Research Center: nell’ultimo anno almeno il 23 per cento degli americani ha contribuito a condividere notizie false. Dato aggravato dal fatto che il 62 per cento degli americani s’informa esclusivamente sui social: il 44 per cento solo su Facebook. E se si tratta dei Millennials il numero sale: a informarsi sui social è il 90 per cento dei giovani.

Più dell’80 per cento di questi, dice uno studio dell’Università di Stanford, non sa distinguere una notizia falsa da una vera. Sono, purtroppo, dati di fatto che non divergono di molto nel resto degli altri Paesi occidentali, Italia inclusa, e che preoccupano chiunque non si accontenti di vivere nelle proprie convinzioni, nella propria versione dei fatti, frequentando solo quei gruppi Facebook in cui si dà ragione a vicenda.

La bufala nelle sue varie forme – quella di uno spin doctor per creare vantaggi politici, quella montata da un giornale per vendere, quella online per indurre l’utente a visitare pagine (clickbaiting), quella dei test “scientifici” – viene rifratta, circola velocemente, cresce, fa effetto, ed è effetto sistemico: non solo fa credere a notizie false, ma sgretola la fiducia, convince che non possa esserci una verità ufficiale, pertanto attribuisce verosimiglianza e credibilità indiscriminate a ogni rivelazione di segreti.

Il quotidiano La Repubblica, domenica 12 febbraio, ha pubblicato in merito un interessante approfondimento di Stefano Bartezzaghi con tanto di manuale per “gestire” l’invasione delle notizie false (e difendersi dal loro uso politico) elencando alcune mosse, suggerite da esperti e siti online dedicati, come: verificare la fonte della notizia in quanto molti siti si mimetizzano tra i media ufficiali con nomi storpiati; non fermarsi al titolo, che è ideato per richiamare l’attenzione e risulta spesso deviante; verificare su Google il profilo di chi firma la notizia; controllare la data in quanto le forzature temporali rivelano l’intento manipolatorio. Un esempio a tal proposito è dato dalla smentita di Factchecking.org sul ritorno in America di una fabbrica della Ford, spostata dal Messico all’Ohio, che fu presentata come conseguenza dell’elezione di Trump in una falsa notizia, con tanto di link all’articolo originale su CNN Money datato però nel 2015.

Questi accorgimenti, che ognuno di noi dovrebbe tener presente prima di condividere una notizia, non bastano però per contrastare il fenomeno. Ci si aspetta molto dalle compagnie tecnologiche dato che ormai i social non sono più semplicemente piattaforme tecnologiche ma soprattutto aziende editoriali vere e proprie, con la responsabilità che ne consegue per quanto riguarda gli insulti (hate speech) o per le bufale (fake news) che diffondono. A tal proposito Eddie Cue, vicepresidente di Apple, dicendosi “molto preoccupato” per le bufale e il fenomeno del clickbaiting, ha dichiarato di volere rendere disponibile per tutti la piattaforma Apple News che garantirà la legittimità dei fornitori di notizie.

Le aspettative sono altrettanto alte anche nei confronti delle nostre istituzioni. Consci del fatto che stabilire regole di restrizione e modalità per farle rispettare non è un affare da poco, la presentazione di un Disegno di Legge contro la diffusione delle fake news su internet della senatrice Adele Gambaro (Ala-Sc) può essere un buon primo passo. Il provvedimento, firmato da tutte le forze politiche, dovrebbe prevedere sanzioni per chi offende o pubblica fatti non veri, ma anche educazione nelle scuole, all’alfabetizzazione mediatica, più responsabilità per i gestori dei siti, diritto all’oblio e stop all’anonimato di chi apre un sito o un blog.

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