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Concorrenza, se è la politica a frenare le spinte della sharing economy

Pubblicato: 1 giugno 2017 alle 14:09   /   by   /   commenti (0)

La “sharing economy” è uno di quei fenomeni emergenti – e, pare, inarrestabili – dell’economia e del mercato del lavoro che passo dopo passo stanno ridisegnando l’impostazione delle scelte politiche nella direzione di una maggiore apertura e concorrenza. L’Unione europea e la nostra Antitrust pongono da tempo il tema della regolazione e del corretto inserimento di tali pratiche inedite all’interno degli assetti di mercato tradizionali. Ora, è evidente che simili operazioni possano incontrare delle fisiologiche difficoltà, almeno nelle fasi iniziali. In Italia però, sembrano esserci degli ostacoli ulteriori come dimostrano i ritardi e la poca chiarezza dei recenti tentativi di legiferare su questioni spinose come affitti brevi, home restaurant e trasporto di persone. L’impressione è che i comparti storici degli albergatori, dei ristoratori e dei tassisti stiano facendo leva sulle abitudini consolidate dei consumatori per convincere anche la politica che occorra tutelare gli utenti dei servizi e non assecondare le spinte di soggetti che per mero profitto vogliono inserirsi in un mercato che le sue regole già le ha. Con la conseguenza di veder rimandate decisioni che potrebbero slittare alla prossima legislatura, abbandonando gli operatori all’incertezza.

Nel caso degli affitti, il Parlamento è riuscito a far approvare una modifica al testo della cosiddetta “manovrina” in cui, in sostanza, si delega al Governo il compito di chiarire “entro 90 giorni” la differenza tra un affitto breve (soggetto a cedolare secca al 21%) e uno professionale (con obbligo di partita Iva). Su quali possano essere queste differenze pare che la principale associazione degli albergatori abbia già iniziato a far circolare le sue proposte: da quella più condivisibile di fissare un limite agli appartamenti in locazione, a quella più ardita (e penalizzante per i privati e le piattaforme come Airbnb) di stabilire i giorni dell’anno in cui chi di mestiere non fa l’albergatore potrà anch’esso affittare una stanza. Se con la cedolare secca il MEF spera di recuperare qualche centinaia di milioni di euro perché si introduce una tracciabilità che prima non c’era, c’è da augurarsi che eserciti la delega ricevuta guardando più alla concorrenza (e alle raccomandazioni dell’Antitrust) che alla conservazione. Senza dimenticare che la regolazione dovrà per forza di cose essere “light” poiché il rapporto tra locatore e affittuario è una transazione tra privati e il consumatore in questo caso non è un semplice soggetto passivo. Ragionamento questo che si può estendere al tema dell’home restaurant dove pure l’iter legislativo è stato tutt’altro che lineare: su alcuni punti, infatti, è dovuto intervenire il Presidente dell’Agcm Giovanni Pitruzzella che ha definito “ingiustificate” le limitazioni al numero massimo di coperti (500) e di proventi (5.000 euro) che annualmente può realizzare il privato “ristoratore” che unisce l’utile al dilettevole ricevendo i suoi ospiti a casa propria. I ristoratori tradizionali hanno levato gli scudi rivendicando i requisiti della trasparenza e della tracciabilità in nome della tutela dei consumatori che solo loro saprebbero davvero garantire; ma perché allora non esigere tali requisiti anche da chi organizza pranzi e cene in abitazioni affittate a turisti e b&b anziché frenare chi si affaccia sul mercato, con la pretesa di regole anti-concorrenziali? Per fortuna la nostra Authority ha sempre in mente la stella polare dell’Unione europea che raccomanda chiaramente una regolazione “minima” sulla sharing economy. Il Senato – che sta procedendo all’esame del ddl già approvato alla Camera – non sta accelerando i tempi anche perché nel frattempo potrebbe arrivare qualche comunicazione da Bruxelles dove il testo è sulla scrivania della Commissione Ue.

Poi c’è il capitolo dei taxi e dell’eterna lotta con conducenti noleggiatori e Uber. I taxisti marcano la loro differenza da Uber perché rivendicano i precisi obblighi di servizio cui devono sottostare a garanzia degli utenti mentre – sostengono – “quelli dell’app Uber” possono orientare la loro offerta esclusivamente in base agli utili che il management vuole raggiungere. Ancora una volta, dunque, si contrappongono i difensori dei consumatori alle multinazionali interessate soltanto a speculare. Liberalizzare il settore del trasporto presenta poi la complicazione delle licenze degli autisti, difficoltà manifestatasi anche nel caso di Flixbus, la piattaforma (tedesca) dei viaggi low cost in corriera, penalizzata a colpi di emendamenti nel decreto Milleproroghe che ha introdotto l’obbligo di avere il trasporto come attività principale per poter ottenere licenze interregionali (e Flixbus che è un aggregatore sul web non può certo essere definito un’azienda di trasporti). Ciò che sembra sfuggire alle categorie tradizionali come i taxisti è che l’apertura del mercato rappresenta sempre e comunque uno stimolo a far meglio (e quante sono le carenze proprio dei taxisti, p. es. sul mancato servizio di pagamento con Pos e le incognite sulle modalità di chiamata delle vetture!) con benefici che si riflettono proprio su quei consumatori che loro dicono di voler difendere. Ecco perché le indicazioni dell’Ue in tema di regolazione sono ineludibili: intervenire sui settori emergenti senza rigidità, favorendo la concorrenza e i cittadini.

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